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Quando la paura condiziona le relazioni: quattro segnali da riconoscere

La paura è un’emozione profondamente radicata in noi e condiziona molti aspetti della nostra vita, a partire dalle nostre relazioni più strette.

Spesso interpretata come sintomo di debolezza, è invece l’espressione più antica del nostro primordiale istinto di sopravvivenza.

Infatti, emerge dal profondo del nostro animo per proteggerci dai pericoli o meglio, dalle situazioni che, a torto o a ragione, percepiamo come pericolose.

Nella vita di tutti i giorni, specialmente quando ci confrontiamo con le altre persone, si manifesta in modi così diversi che non la riconosciamo subito.

Ma in realtà, per affrontare le nostre difficoltà nelle relazioni, oggi utilizziamo le stesse strategie primitive che gli animali usano da sempre per sopravvivere.

L’evitamento, la principale strategia di sopravvivenza

Una fuga mascherata da scelta

Lo mettiamo in pratica tutte le volte che continuiamo ad accettare passivamente situazioni scomode, evitare discussioni imbarazzanti, rimandare decisioni importanti. 

Raccontiamo a noi stessi e alle altre persone che non è il momento giusto o che «stiamo bene così», ma in realtà qualcosa ci spaventa e ci impedisce di agire.

L’evitamento è una vera e propria fuga mascherata da scelta consapevole.

Molto spesso, abbiamo paura di prendere coscienza di una certa situazione, accettare un cambiamento, o semplicemente affrontare una conversazione impegnativa.

Per esempio, quando rimandiamo il momento in cui affrontare conflitti in famiglia o al lavoro, facendo finta di nulla, convinti che il tempo allenterà la tensione.

Oppure, quando pur sapendo di avere problemi finanziari evitiamo di aprire le lettere della banca, nell’illusione che la situazione migliorerà da sola.

Altre volte, di fronte a questioni di salute, decidiamo di ignorare i sintomi rimandando esami e accertamenti, autoconvincendoci che non è nulla di grave.

Mettiamo in pratica l’evitamento tutte le volte che continuiamo ad accettare passivamente situazioni scomode, evitare discussioni imbarazzanti, rimandare decisioni importanti.
(Immagine di Freepik)

Una prigione invisibile

In natura, la fuga è la principale strategia di sopravvivenza: davanti al pericolo, molti animali scappano seguendo un istinto che non lascia spazio al pensiero razionale. 

E in fondo anche noi non siamo molto diversi da un’antilope che si dilegua nella savana, un uccello che spicca il volo, un pesce che si rifugia tra le rocce per salvarsi la vita.

Forse non scappiamo fisicamente, ma lo facciamo evitando le conversazioni difficili, i conflitti che ci mettono a disagio, le scelte che ci fanno paura

Ma quando l’evitamento diventa un’abitudine, si trasforma in una prigione invisibile, un circolo vizioso che rende il problema sempre più difficile da risolvere.

Raccontiamo a noi stessi e alle altre persone che non è il momento giusto o che «stiamo bene così», ma in realtà qualcosa ci spaventa e ci impedisce di agire.
(Immagine di prostooleh su Freepik)

Il congelamento, rimanere paralizzati nell’impossibilità di reagire 

Un blocco fisico e mentale insormontabile

Il congelamento è una risposta passiva molto forte a circostanze impreviste, ad uno stress emotivo prolungato, o al senso di soggezione nei confronti di situazioni o altre persone.

Per certi aspetti simile all’evitamento, consiste nell’incapacità di decidere, prendere una posizione, muoverci in qualunque direzione.

È un blocco fisico e mentale involontario e apparentemente insormontabile.

A volte, semplicemente non sappiamo come comportarci, oppure abbiamo la sensazione che qualsiasi tentativo di gestire la difficoltà del momento sarebbe inutile o sbagliato

Per esempio, quando subiamo un’aggressione fisica, verbale o emotiva, e ci sentiamo completamente impossibilitati a reagire, paralizzati dalla paura e confusione mentale.

Oppure, quando accettiamo di portare avanti una relazione sentimentale insoddisfacente perché, anche se non ce ne rendiamo conto, abbiamo il timore di affrontare la solitudine.

O anche quando restiamo intrappolati in un ambiente di lavoro tossico, in cui non ci sentiamo valorizzati, succubi della nostra stessa convinzione di non avere alternative.

In tutte queste circostanze, col passare del tempo la situazione peggiora, il blocco si fa più forte,  e di conseguenza anche il nostro disagio e senso di impotenza aumentano.

A volte, semplicemente non sappiamo come comportarci, oppure abbiamo la sensazione che qualsiasi tentativo di gestire la difficoltà del momento sarebbe inutile o sbagliato.
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Aspettare che il pericolo passi da solo

Molti animali, quando si sentono minacciati, usano la strategia del congelamento rimanendo immobili o mimetizzandosi con l’ambiente per cercare di ingannare i predatori.

Come un cervo pietrificato di fronte ad un orso bruno, talvolta anche noi nei momenti di paura decidiamo istintivamente di restare fermi e aspettare che il pericolo passi da solo.

Ma, così come nel mondo animale il congelamento non sempre garantisce di sfuggire alla morte, non protegge dalle difficoltà neanche noi esseri umani.

Al contrario, ci rende ancora più vulnerabili, ostacola la nostra crescita personale e professionale e complica ulteriormente le sfide che affrontiamo ogni giorno.

A volte restiamo intrappolati in un ambiente di lavoro tossico, in cui non ci sentiamo valorizzati, succubi della nostra stessa convinzione di non avere alternative
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La compiacenza, rinnegare se stessi per non deludere gli altri

L’armonia che nasconde il malessere

La compiacenza si manifesta in contesti familiari, lavorativi o sociali come reazione a situazioni insoddisfacenti, oppure a richieste in contrasto con i nostri valori e aspirazioni.

Ci spinge a trascurare le nostre esigenze, adottando quello che ci sembra il comportamento più sicuro o idoneo a mantenere l’armonia del gruppo o il consenso sociale.

Diversamente dall’evitamento e congelamento, la compiacenza è una risposta attiva

Si concretizza quando, per evitare conflitti con il nostro partner, decidiamo di rimanere in silenzio, rinunciando ad esprimere le nostre emozioni o opinioni contrarie alle sue.

Oppure, quando al lavoro esprimiamo approvazione verbale, dicendo ciò che il nostro superiore vuole sentirsi dire, pur pensandola diversamente.

O anche quando offriamo la nostra collaborazione e sostegno concreto ad un amico o parente, anche se non ne abbiamo voglia, o non condividiamo l’obiettivo

In realtà, questi comportamenti nascondono la nostra paura di essere giudicati o rifiutati o semplicemente di deludere le aspettative degli altri.

La compiacenza ci spinge a trascurare le nostre esigenze, adottando quello che ci sembra il comportamento più sicuro o idoneo a mantenere l’armonia del gruppo o il consenso sociale
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La differenza tra cosa vogliamo veramente e cosa mostriamo agli altri

Tra gli animali, alcuni comportamenti innati di sottomissione, hanno la funzione strategica di  mantenere la coesione del gruppo e ridurre l’aggressività dei membri più forti.

Per esempio, tra i primati è frequente fare toelettatura o accoppiarsi con gli individui dominanti per ottenere protezione e accesso al cibo, oppure per contenere le tensioni sociali

Analogamente, per adattarci alle situazioni ed evitare conflitti, anche noi spesso ci ritroviamo inconsapevolmente ad indossare una maschera che non riflette i nostri desideri e aspettative. 

E anche se apparentemente questo porta alla serenità, in realtà questa differenza tra cosa vogliamo veramente e cosa mostriamo agli altri ci impedisce di vivere in modo autentico. 

Infatti, quando la compiacenza diventa un’abitudine, ci auto-condanniamo ad un’esistenza che non ci soddisfa, sempre condizionati dalla paura di non essere accettati così come siamo.

A volte offriamo la nostra collaborazione e sostegno concreto ad un amico o parente, anche se non ne abbiamo voglia
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L’aggressività, l’altra faccia dell’evitamento

Il timore di perdere il potere

L’aggressività si scatena nelle situazioni che percepiamo come minacce alla dignità, contraddicono le nostre convinzioni radicate, superano i confini della riservatezza e del nostro spazio personale.

Oppure, quando pensiamo di aver subito un’ingiustizia o un tradimento, o sentiamo venire meno il nostro senso di sicurezza e controllo, specialmente nelle relazioni più strette. 

Altre volte, attacchiamo chi ci è più vicino perché ci fa da specchio, e ci costringe a confrontarci con una parte di noi che preferiamo ignorare.

L’aggressività è un meccanismo estremo di difesa dei propri sentimenti di vulnerabilità o insicurezza.

Per esempio, quando durante una discussione il nostro partner si rivolge a noi con tono rabbioso o sarcastico perché teme di perdere il potere sulla relazione.

Oppure, quando un collega o un superiore si mostra spesso ipercritico sul nostro lavoro perché sente che quello che facciamo potrebbe mettere in ombra la sua posizione.

O ancora, quando una semplice conversazione su temi di attualità si trasforma in una lite perché il nostro interlocutore percepisce le opinioni diverse come un pericolo per le sue certezze.

Spesso, oltre alla paura, queste situazioni derivano da una combinazione di fattori come  il risentimento per eventi passati, la paura del giudizio e l’incapacità di gestire le emozioni

L’aggressività è un meccanismo estremo di difesa dei propri sentimenti di vulnerabilità o insicurezza.
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Un ostacolo alla comprensione reciproca

In natura, l’aggressività è una strategia di sopravvivenza altrettanto efficace come la fuga per proteggere sé stessi, la prole o il territorio.

Così come i gatti soffiano, i rospi si gonfiano, i cagnolini abbaiano, anche noi esseri umani in certe occasioni cerchiamo di sembrare più grandi e forti di quanto non siamo in realtà.

Ma questa corazza, che inizialmente ci fa sentire padroni della situazione, ogni volta finisce col renderci ancora più soli, stanchi e fragili.

Infatti col tempo l’aggressività si trasforma in una barriera che allontana gli altri e, anziché proteggerci, ci impedisce di ascoltare ed essere ascoltati, compresi, amati.

Durante una discussione il nostro partner si rivolge a noi con tono rabbioso o sarcastico perché teme di perdere il potere sulla relazione.
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Vincere la paura, un atto d’amore verso sé stessi

Esercizi quotidiani di equilibrio psicofisico

Per evitare che la paura e le sue maschere compromettano la qualità della nostra vita e delle nostre relazioni, dargli un nome non è sufficiente.

Naturalmente, riconoscere e identificare i nostri sentimenti è il primo passo per rendere le relazioni con le persone sempre più costruttive e appaganti.

Quindi occorre permettere ai nostri stati d’animo di esistere dentro di noi, accettando il fatto che fanno parte della nostra esperienza umana.

Il primo passo per realizzare questo tipo di consapevolezza è dedicare un po’ di tempo ogni giorno al nostro equilibrio psicofisico.

Cioè, in assoluta semplicità e senza sforzi, allenarci delicatamente a rallentare il ritmo dei pensieri, sciogliere le tensioni del corpo, portare l’attenzione al respiro.

(Immagine di Freepik)

Costruire relazioni sincere e appaganti

Acquisire questa abitudine, ci consente di imparare un’abilità straordinaria: vivere il presente in ogni circostanza, senza lasciarci fuorviare da inutili considerazioni sul passato o sul futuro.

Questo significa saper affrontare responsabilmente tutte le situazioni, gestendo le emozioni con lucidità, senza più reagire impulsivamente ai diversi stimoli esterni o interni.

Allo stesso tempo, coltivare con la mente l’immagine positiva di noi stessi come persone affabili e comunicative, ci aiuta a costruire relazioni sincere e appaganti.

È un esercizio semplice e silenzioso, fatto di gesti quotidiani d’amore verso noi stessi, che giorno dopo giorno ci aiuta a stare sempre meglio, da soli e con le altre persone.

In copertina: Immagine di freepik

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